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La Dottoressa Caprioglio in piedi parla davanti al Bronzino proiettato sullo schermo, la Professoressa Serra seduta ascolta, nella Sala Consiliare di Gallio
Magazine · Concorso fotografico

La prima finestra

Il 24 luglio, nella Sala Consiliare di Gallio, la Prof.ssa Ilaria Serra e la Dott.ssa Donatella Caprioglio hanno mostrato, partendo da due discipline diverse, che inquadrare il mondo e guardare un figlio sono lo stesso gesto.

Concorso fotografico 2026 · la conferenza

«La vastità del reale è incomprensibile, per capirla bisogna rinchiuderla in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre che sono geometriche.» La frase è di Antonio Tabucchi, e la Prof.ssa Ilaria Serra la riprende da Emanuela Pulvirenti nel saggio che accompagna il catalogo della mostra. Dice in una riga quello che il concorso ha impiegato mesi a far vedere: una finestra non è un buco nel muro, è uno strumento per rendere pensabile il mondo.

Il concorso è nato da un’idea della Prof.ssa Serra, e a Gallio quell’idea si è fatta parola davanti alle immagini che aveva prodotto, in un dialogo tra quadri famosi e scatti fotografici. Il punto di partenza è la cornice, che è il gesto minimo con cui la finestra lavora sul mondo. Chi inquadra ha tagliato via ciò che non voleva e ha tenuto soltanto i segmenti che significano qualcosa. Nel «Ritratto di vecchio con nipote» di Domenico Ghirlandaio (1490) il paesaggio alle spalle dei due è ritagliato da una finestra con la precisione di un obiettivo, quattro secoli prima che la fotografia esistesse. Nella «Morte della Vergine» di Andrea Mantegna (1462) la finestra mostra il ponte dei Gonzaga sui laghi di Mantova, che con la scena sacra non ha nulla a che fare, e lo stesso fanno le fotografie del Concorso, scelgono un pezzo di reale e lo dichiarano importante.

Poi c’è il vetro, e il vetro raddoppia. In «Riflessi…» di Laura Beghin, la fotografia che ha vinto, quello che l’uomo sta pensando non si legge sul suo viso ma nel riflesso, che gli restituisce lo sguardo. L’autrice, presente in sala, ha spiegato di non aver ritagliato niente; erano impegnati su un set, lui era vicino alla finestra e lei gli chiese di fermarsi un momento e guardare fuori. È una fotografia che sposta lo sguardo dal soggetto alla superficie che lo restituisce.

Da questa premessa discende una tipologia che attraversa secoli senza invecchiare. La finestra spalancata de «L’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo» di Francesco Hayez (1823), che gli storici leggono come l’amore che non conosce ostacoli. Quella di «26 aprile 1859» di Odoardo Borrani (1861), dove una giovane donna cuce una bandiera tricolore alla vigilia della cacciata di Leopoldo II dalla Toscana, e la luce che entra rischiara il futuro italiano. Quella dietro il «Ritratto di Giuliano de’ Medici» di Sandro Botticelli (1478-1480), dipinto pochi giorni dopo la sua morte, con l’anta scostata da cui è appena passato lo spirito. E Caravaggio due volte, con «Marta e Maria Maddalena» (1598), dove la finestra esiste solo come piccolo quadrato di luce nello specchio scuro che la Maddalena tiene in mano, e con la «Vocazione di san Matteo» (1599-1600), dove la finestra c’è ma è offuscata e non illumina niente, perché la luce vera entra da un’apertura fuori scena. In ogni caso la finestra non mostra: decide.

L’idea più feconda della serata è però quella che Serra chiama il terzo spazio. Alla finestra ci sono chi guarda e ciò che è guardato, e in mezzo si apre una zona che nessuno dei due occupa, dove si deposita tutto quello che non si vede. Davanti a una ragazza affacciata, o a un bambino seduto sul davanzale con le gambe incrociate, la sala ha riempito quella zona in dieci modi diversi, e la fotografia reggeva ogni volta: curiosità, attesa, pettegolezzo, lite, futuro. È lì che una fotografia diventa abitabile, perché lascia posto a chi la guarda.

Un piccolo gruppo di immagini toglie l’uomo dal centro con «L’attesa» di Giorgio Rodeghiero, terza classificata, e con il pettirosso riparato nella casetta sotto la neve. Serra ci vede una correzione del nostro antropocentrismo, perché non siamo i soli a guardare. La Dott.ssa Caprioglio osserva che quella casetta lavora su di noi più che sull’uccellino, perché la casa è la prima metafora della protezione e a guardarla ci torniamo tutti. L’autrice di quello scatto, quando le è stato fatto notare, non si era accorta di aver fotografato una finestra.

Qui il discorso cambia disciplina e guadagna profondità. Parlando da psicoterapeuta e non da esperta di fotografia, Caprioglio mostra un Bronzino fotografato agli Uffizi, dove lo sguardo di un bambino entra dentro quello della madre. La nostra identità si costruisce a partire da quel primo sguardo, e uno sguardo, prima di vedere, contiene. Quando guardiamo qualcuno sentiamo immediatamente se ci contiene oppure no, ed è per questo che guardare negli occhi è così impegnativo. Un neonato non sa ancora di esistere, e impara di esistere dal viso che lo guarda; se quello spazio è occupato da altro se ne accorge subito, istintivamente. Una parte del lavoro clinico consiste proprio nell’aiutare una madre a svuotare quello spazio, perché chi sta venendo al mondo ne ha un bisogno assoluto. I bambini che quello sguardo non l’hanno avuto rischiano di restare disabitati, oppure sviluppano la forza contraria, che è la necessità di guardare le cose più a fondo.

Il terzo spazio della finestra e lo spazio mentale della madre sono lo stesso luogo, una zona vuota che qualcuno tiene aperta perché qualcos’altro possa prendervi forma. La cornice fa al paesaggio quello che il volto materno fa a un neonato, cioè lo rende pensabile ritagliandolo dal caos. Il rettangolo di Tabucchi, che si oppone al disordine del reale, prima di essere una finestra è stato un viso. Il volto che ci ha guardati per primi è stata la nostra prima finestra, e tutte le altre vengono dopo, comprese quelle di pietra e di vetro che scegliamo quando compriamo una casa.

Ne discende una conseguenza che riguarda chi ha partecipato al concorso. Fotografare la propria finestra non è stato documentare una veduta, ma esporre il proprio modo di stare al mondo, cioè il modo in cui si è imparato a guardare. Per questo alcune di quelle immagini commuovono chi non conosce né la casa né chi ci abita.

Non è un caso che a chiudere sia stata «La chiave dei campi» di René Magritte (1936), dove il paesaggio resta impigliato nei frammenti di vetro caduti a terra. Non era in concorso e non era nel catalogo della mostra. Quel quadro tiene insieme le due cose che davano il titolo a tutto, il quadro e lo specchio, e ricorda che una finestra continua a mostrare il mondo anche rotta, purché qualcuno ne raccolga i pezzi.

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Le fotografie del concorso si attraversano nella sala virtuale; la serata di premiazione è raccontata in «Le finestre al cinema».

Ritratto di Carlotta Melegari
Fondatori

Carlotta Melegari

Carlotta Melegari è co-fondatrice di LoveImmobiliare, direttrice di LoveImmobiliare Magazine, agente immobiliare e interior designer sull'Altopiano di Asiago.

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