Rubrica «Diario di casa» — a cura della Dottoressa Michela Goldin
«Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.» — Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963
Esce a piccoli passi risoluti la donna con il golfino rosso e propositiva raggiunge la casa della sua vicina che premurosa la accoglie con l’abbraccio della sua amicizia e un caffè.
Tra loro le parole scorrono miti, ma allegre. È un rinsaldarsi, un ritrovarsi in un comune gaudio, memori del viaggio finora percorso, sostenute da una casa di montagna e ultimamente da un bastone da passeggio.
La casa è lo scrigno che parlotta consigli e confidenze. La casa è l’involucro che protegge le loro emozioni e sorveglia le loro azioni. La casa è un approdo circolare dal quale partono per poi tornare a riposare; ravviva i loro ricordi, allevia le membra stanche.
È come una radice che fortemente le trattiene, ma le sorregge e le contiene, donando a ciascuna una precisa dimensione fisica e il nutrimento spirituale e materiale che consenta a entrambe di ritrovare la spinta di esplorare l’ampio mondo esterno in cerca di respiro, luce e spazio.
La casa è insieme abbraccio e vincolo, la nostra origine e il nostro trampolino.
Se manchiamo di una casa, l’agogniamo disorientati e affamati. La casa può esserci amica o nemica, ma raramente neutra. Se con lei ci troviamo a disagio sogniamo quella che un giorno potrà diventare, proprio come se fosse una persona in cerca della sua identità più autentica che possa allinearsi con la nostra.
La mancanza di una casa mina il nostro equilibrio. Per questo la casa assume la forma di un traguardo che ci faccia stare bene. È un mutuo riconoscimento tra le parti: infatti quando la incontriamo proviamo un intimo appagamento che ci riempie di felicità.
Anche gli altri si accorgono se ci manca una casa perché figuriamo sospesi, ombrosi e sofferenti. È un’inquietudine sorda, strisciante, inesorabile che si fa strada nel nostro petto, è un reclamo forte che si placa solamente quando approdiamo in un luogo dove essere noi stessi senza finzione o convenzione.
La sicurezza di una casa travalica dunque l’oggettiva fisicità, è una pienezza interiore che ci fa sentire finalmente centrati, armonizzati, integri, pacificati con noi stessi e con la società circostante. Ecco perché appare riduttivo considerare una casa come un semplice complesso di quattro mura. È una compagna che auspicabilmente ci è vicina dalla nascita alla morte, è il metro di misura attraverso la quale valutiamo anche le altre dimore e il mondo fisico e spirituale attorno a noi.
Infatti ciò che ci appare incompleto, scomposto, dispersivo, affollato, freddo o sconosciuto è spesso associato a una dimensione “lontana da casa”.
La casa è il focolare profumato che riscalda in una carezza, crea ricordi incancellabili che si irradiano lungo il corso della nostra vita. Noi la costruiamo o la compriamo, ma lei si adatta a noi come se fosse un essere vivo e indipendente, capace di assorbire la nostra essenza e credenza. Noi, quando ricambiamo il suo sguardo con rispetto, ci rendiamo conto che è il riparo che ci ha insegnato a essere chi siamo.
Michela Goldin
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