Si dice Altopiano dei Sette Comuni o Altopiano di Asiago? La questione è dibattuta, con sostenitori di entrambe le denominazioni. Per fare chiarezza, ci siamo affidati all’esperienza di uno storico che vive nel territorio, esperto del luogo, il Dott. Alex Pilo, che ci guida in un affascinante viaggio attraverso storia, cultura e toponomastica, alla scoperta delle radici di questa denominazione.
Introduzione
Un problema identitario, cavalcato spesso maldestramente dalla politica, che rivela la fragilità di un territorio e che colpisce nell’anima i suoi abitanti. Il ‘900 è stato un secolo che ha sconvolto pesantemente anche il nostro mondo. Una guerra durata 41 mesi che ha cambiato radicalmente la cultura e la vita delle sue genti, portando, tra i vari effetti, lentamente alla perdita del carattere originario cimbro, che era sopravvissuto per quasi 900 anni. Queste righe vogliono essere una riflessione storica sulla denominazione di un territorio talmente ricco e vario che a fatica riesce a identificarsi con un solo nome.
I documenti storici riportano l’antico toponimo Altopiano dei Sette Comuni fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Il territorio altopianese divenne linea di guerra e la popolazione venne sfollata.
Il profugato
Il profugato dell’enclave cimbra e il contatto forzato con le popolazioni della pianura portarono ad un primo distacco dalla cultura e dalla terra natia; i profughi sognavano di tornare nella propria “piccola patria”, ma al contempo si trovarono a vivere in luoghi diversi, talvolta molto lontani, ed entrarono in contatto con culture differenti dalla propria. La loro parlata, così diversa e talvolta troppo simile al tedesco da far pensare che quei montanari profughi fossero in realtà spie tedesche inseritesi in Italia, aveva reso i primi contatti difficoltosi e, perciò, fu da alcuni abbandonata. Chi oggi ha modo di parlare e conoscere la gente che vive in Altopiano troverà una forte appartenenza e orgoglio di essere altopianese: legami con la propria terra rafforzati da queste vicende storiche drammatiche, tramandate di generazione in generazione.
Il ritorno
Terminata la guerra, il ritorno a casa non fu semplice: tutto era da rifare, tutto era perduto. I figli erano nati profughi, era iniziata, per così dire, una nuova era per il nostro territorio, con “abitanti nuovi”, seppur non consci di esserlo: non sapevano che sarebbero stati i primi ad abbandonare quasi completamente l’antica lingua e che di lì a poco sarebbero divenuti inconsapevolmente figli di quella macchina, chiamata regime, che avrebbe riportato venti anni dopo l’Italia nuovamente in guerra. È proprio qui, in questo periodo storico tra le due guerre mondiali, che incontriamo la grande rottura tra passato e presente: l’”Altopiano dei Sette Comuni” diventa pian piano il territorio di “Asiago e il suo Altopiano”.
Tra le due Guerre
L’Italia è, in questo periodo, una nazione giovane, ha solo sessant’anni di vita; c’è bisogno di credere ad un mito, c’è bisogno di un “mito di fondazione” per questa giovane nazione. C’è bisogno di lasciare il vecchio per il nuovo… Ed ecco che pian piano vengono a formarsi i miti eroici di alcune zone particolarmente segnate dalla guerra appena conclusa: Pasubio, Asiago, Grappa, Piave, Isonzo. Servono nomi brevi, immediati, che racchiudano in sé tutta la storia e la forza di un grande territorio. A tessere la tela di questa esaltazione dei luoghi-mito vi è la regia del regime fascista, a cui si affianca, parallelamente, l’apporto di un grande Poeta, D’Annunzio, che inventa uno slogan come: “Asiago, la più piccola e luminosa città d’Italia”.
Di qui in poi il toponimo Altopiano di Asiago inizia a prendere forza.
Asiago riceve il titolo di Città, e la ricostruzione stessa del capoluogo altopianese viene effettuata con uno scopo ben preciso: vie larghe per marciare e per esaltare il sacrificio della Grande Guerra ed infine un sacrario, che fosse visibile da ogni punto. In questo contesto di esaltazione della guerra come impresa eroica l’antico nome “Sette Comuni” appariva scomodo: ricordava un passato da voler dimenticare, rammentava un mondo rurale e legato all’antica cultura cimbra che poco avevano a che fare con le parate e con la voglia di rinascita.
I venti anni di regime portarono un cambiamento culturale radicale,tanto da mutare anche le malghe, con strutture tutte uniformate. Anche la razza locale di vacca Burlina venne soppiantata, per agevolare vacche più produttive, come la pezzata rossa (come ci ricorda Mario Rigoni Stern nel libro Le stagioni di Giacomo). Il nome antico è ormai sussurrato… Passa la seconda guerra mondiale con le sue sofferenze e dolori e quello che per vent’anni è stato seminato, anche nel secondo dopoguerra continua a dare i suoi frutti. Asiago rimane protagonista centrale nella toponomastica, dimenticando i sei “fratelli cari” (ancora però nella memoria rimane vivo il motto: Slege un Lusaan, Genewe un Wüsche, Ghelle, Rotz, Rowaan: Dise saint Siben, Alte Komeun, Prüdere Liben - Asiago e Lusiana, Enego e Foza, Gallio, Rotzo, Roana: Questi sono i Sette Antichi Comuni, Fratelli Cari).
Conclusioni
Oggi, nel 2024, alla domanda “come si chiama l’Altopiano” risponderei con: “dipende dal contesto”…
A 100 anni di distanza potremmo affermare con tranquillità che entrambi i toponimi sono corretti, ognuno legato al proprio ambito.
Il primo, Altopiano dei Sette Comuni, è il nome storico, che è riuscito a sopravvivere alle difficoltà del secolo scorso, una sorta di baluardo di difesa dell’antica storia della Reggenza dei Sette Comuni, i suoi speciali legami con la Serenissima e la cultura del popolo cimbro (mirabile, a riguardo, la creazione di un ecomuseo a Rotzo per far conoscere o riscoprire la storia, la cultura e il territorio).
Mentre Altopiano di Asiago è riuscito, soprattutto nel secondo dopoguerra, a crearsi uno spazio e una attrattività che ad oggi, grazie anche ai prodotti legati al nome del capoluogo, lo identificano in una zona nota in tutta la penisola e non solo, offrendo così l’opportunità di un nuovo sguardo verso il futuro a tutto il proprio territorio.
⇒ In conclusione, i due nomi possono coesistere ed entrambi far fiorire il nostro Altopiano, offrendo alle nuove generazioni un messaggio di unità e voglia di rigenerarsi, senza mai dimenticare le proprie radici.
Un saluto da Alexplora.